Medicina delle Migrazioni: Intervista alla Dott.ssa Lucia D’Ercole

Medicina delle Migrazioni: Intervista alla Dott.ssa Lucia D’Ercole

Da paese di Emigranti a paese di Immigrati

Intervista alla prof. ssa Lucia ErcoLi Università Tor Vergata – Roma. Di Endrius Salvalaggio

Migranti, un fenomeno molto discusso di questi tempi. Il migrante nel nostro Paese viene classificato come “regolare” se segue dei canali legali di ingresso e permanenza in Italia; “irregolare” se, chi migra, non ha uno status legale nel Paese che lo ospita o nel Paese in cui è di passaggio; infine “clandestino” se l’immigrato è entrato in Italia senza regolare visto di ingresso. A livello sanitario poco importa dello status del migrante perché negli ultimi decenni il concetto di salute non è più un concetto autoctono. Ne parliamo con la professoressa Lucia Ercoli Università Tor Vergata – Roma.

Dott.ssa Ercoli, quasi il 10% della nostra popolazione è costituita da cittadini stranieri e, quindi, un fenomeno non occasionale. In termini di salute negli ultimi dieci/vent’anni cos’è cambiato per noi italiani e per Voi operatori?

Il fenomeno migratorio e la sua comprensione anche in termini di accesso alla cura va inquadrato nel contesto legislativo della nostra Costituzione con particolare riferimento all’art. 32 che riconosce la salute come un diritto garantito costituzionalmente per tutte le “persone” che si trovano sul territorio nazionale e, in particolare, stabilisce che sia gratuito l’accesso alle cure degli indigenti. E’ importante fare memoria di questo per avere una chiave di lettura oggettiva tra quanto la Costituzione sancisce e come questo principio nella realtà venga applicato. Non meno importante è il riferimento poi a due testi di legge che hanno cercato di disciplinare l’immigrazione in Italia: mi riferisco alla Legge Turco Napolitano che si ispirava all’articolo della costituzione sopracitato (ed esplicava chiaramente come doveva essere disciplinato l’accesso alle cure per gli immigrati regolari e irregolari) e alla Legge Bossi Fini che inseriva un elemento di rottura rispetto ai quadri normativi precedenti introducendo il reato di clandestinità per gli immigrati irregolari. L’introduzione del reato di clandestinità per l’immigrazione irregolare risponde- va ad un’esigenza di sicurezza della popolazione italiana da un lato ma, dall’altro, modificava il sentire comune popolare rispetto all’immigrazione etichettando gli irregolari come delinquenti comuni. Questa asserzione normativa ebbe tale impatto che tra i medici nacque un dibattito sulla obbligatorietà di segnalare all’autorità giudiziaria la presenza di immigrati irregolari presso le strutture di ricovero e cura. In extremis i legislatori spiegarono che il nuovo testo di legge non modificava quanto disciplinato precedentemente in ambito di diritto e di accesso alle cure: ma era tardi. Culturalmente la legge aveva di fatto introdotto l’affermazione che un immigrato irregolare e un omicida avevano entrambi infranto la legge, pur se su piani diversi. In seguito a questa deriva, nella nostra esperienza abbiamo notato due ordini di fenomeni: il primo riguarda la diffidenza degli immigrati irregolari ad accedere alle strutture pubbliche, se non in caso di emergenza ed urgenza; il secondo riguarda la costruzione di labirinti burocratici che si interpongono tra domanda di salute e fruibilità dei servizi sanitari, in nome di normative regionali ed indirizzi delle aziende sanitarie locali. Questo complesso ordine di ragioni culturali, storiche e politiche hanno determinato la scelta metodologica che sottende al tipo di intervento sanitario più adeguato da realizzare nella rete dei nostri ambulatori a Roma, che abbiamo definito “ambulatori di strada”. In ogni ambulatorio sono garantiti: accesso diretto alle cure, orientamento e ascolto in tema di diritto alla salute, offerta ambulatoriale polispecialistica, apertura H12, presa in carico del paziente, distribuzione di farmaci per il periodo di cura, sostegno alimentare per i nuclei vulnerabili con minori a carico, orientamento e invio ai servizi sanitari di II livello.

Gli ospedali ed il personale sanitario è preparato ad accogliere e curare i migranti?

Anche per questa domanda devo riferirmi ad un’analisi di contesto. Il primo contesto è concettuale, cosa s’intenda per salute e quali percorsi debbano essere attivati per tutelarla. Salute non è assenza di malattia, ma il benessere psichico fisico e spirituale della persona e delle sue relazioni. Il secondo contesto è storico-politico e riguarda la scelta di aziendalizzare, in Italia, gli ospedali e le strutture sanitarie territoriali. L’obiettivo delle aziende è normalmente il profitto economico il che significa che la malattia determina costi e rimborsi codificati a cui i medici debbono attenersi, che i pazienti devono pagare le prestazioni (contraddicendo in linea di principio e di fatto l’articolo 32 della Costituzione) che si instaurano percorsi di libera professione all’interno degli ospedali e che la continuità assistenziale non può essere garantita. Accogliere e curare un migrante significa principalmente mettersi in ascolto non solo della persona, ma del suo contesto culturale, economico, religioso, giuridico, ed elaborare percorsi di salute accettabili e fruibili. Significa impegnarsi a rimuovere gli impedimenti, anche quelli di natura economica, che impediscono di arrivare ad una diagnosi e ricevere cure adeguate. Questo richiede un impegno che non sempre i medici delle strutture pubbliche, rispetto ai contesti sopra descritti, possono assumersi con libertà.

Ci sono delle aree critiche? E se si quali?

Le aree più critiche riguardano la tutela della maternità responsabile, l’offerta attiva di screening per patologie diffusive, la tutela della vita nascente e della salute dei minori. Infatti, le prestazioni sanitarie sopra elencate e che dovrebbero rientrare nel novero di quelle garantite in regime di gratuità per gli immigrati irregolari e indigenti dalla normativa, di fatto restano di difficile accesso. Questo fenomeno si complica in alcune condizione di particolare vulnerabilità quali l’impossibilità a certificare la residenza, la mancanza di un lavoro regolare, abitare in condizioni di sovraffollamento e o in insediamenti anomali come accade alla maggior parte della popolazione rom.

Secondo Lei il sistema Paese cosa sta facendo e cosa potrebbe fare per affrontare al meglio il fenomeno della “medicina della migrazioni”?

L’Italia pur essendo un paese di emigrazione che ha sperimentato dunque il travaglio di migliaia di persone costrette ad abbandonare la propria terra per cercare migliori condizioni di vita per se e i propri cari, sembra aver rimosso questa memoria storica. Impressionante leggere i report della polizia americana a proposito degli immigrati italiani nel primo novecento. Riporto testualmente la citazione e lascio ai lettori le riflessioni del caso: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”

So che Lei fa parte di un gruppo che si adopera per attività umanitarie. Ci potrebbe raccontare la Sua esperienza?

Potrei raccontare la mia esperienza se fossi un poeta o uno scrittore, potrei descriverla solo con la mu- sica e i colori. Non posso ridurre a numeri e prosa la sofferenza di migliaia di persone curate in questi anni. Non potrei descrivere il vuoto negli occhi di bambini che hanno visto morire le madri nelle acque gonfie e scure del Mediterraneo. Posso dire solo questo: il destino del nostro continente e dei valori che ha fatto grande la nostra civiltà si giocano proprio sulla questione migrazioni. Nel 2050 saranno mezzo miliardo le persone che in massa si sposteranno dalle loro terre verso i paesi più ricchi, quindi anche ver- so di noi. I migranti che raggiungono l’Europa sono giovani, hanno un profondo desiderio di sviluppo e crescita, guardano al futuro con maggior fiducia e si aprono alla vita, generano nuove vite proprio nelle nostre terre sterili e inospitali. Come medico, ho sempre fatto la scelta di essere dalla parte dell’uomo e della vita, del progresso della civiltà. Mi ha sempre però affascinato la frontiera, l’uomo alla prova estrema della storia e dell’esistenza. Ecco perché ritengo di essere una privilegiata nel dedicarmi alla me- dicina delle migrazioni, che mi ha permesso di trovarmi in una direzione opposta, ostinata e contraria della storia. Forse storia di pochi, come primi pioneri del mondo che verrà e che già oggi bussa alle nostre porte.

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