Dobbiamo alzare la voce

Dobbiamo alzare la voce

Ancora bambini morti in Italia. Ancora per mano di un genitore.

Un atto di follia? Forse.

Ma le radici sono profonde, immerse in quella genitorialità naturale che fa del figlio una proprietà, un  oggetto su cui è concesso ancora esercitare il diritto di vita e di morte.

Nella frammentazione delle relazioni familiari che il processo di separazione spesso comporta, i figli diventano strumento di rivendicazioni vendette e faide intrise di un terrore antico: ti uccido il figlio per torturarti tutta la vita.

Quante responsabilità dietro queste tragedie. La più grave: la mancanza di una reale tutela delle persone di età minore, in Italia.

Una tutela che seppur espressa in Convenzioni  ratificate dal nostro Paese, non appare argomento che scaldi il cuore delle Istituzioni, di chi dovrebbe rappresentare e difendere i diritti e non solo gli interessi dei più vulnerabili.

Ed è proprio nella terminologia che si manifesta il grande equivoco.

Il supremo interesse del minore non equivale a inalienabile diritto della persona di età minore.

Interesse fa riferimento alla scala dei vantaggi e dei profitti personali che si traduce nel mettere sul piatto di una bilancia il bambino e sull’altro gli adulti.

Difficile pensare che il bambino possa spostare a suo favore l’ago.

Su un piatto, il bambino che in Italia non ha facoltà di parola fino ai 12 anni e sull’altro gli adulti con i loro fiumi di parole spesso ingannevoli e fraudolente.

Adulti che in Italia ancora oggi usano i bambini per vendetta e ne versano il sangue, quel sangue che dicono gli appartiene “E’ sangue mio”, il mio interesse.

E quale interesse più potente della vendetta?

La vendetta è supremo  interesse: cieco potente inarrestabile, che dalla parola si fa strada in percorsi tortuosi fino alla violenza e alla morte.

La vendetta supremo interesse che incendia cuore e cervello,  che si alimenta di parole cattive, di memorie deviate, di consiglieri perversi, di supporti tecnici partigiani. Tutti attori protagonisti di un rituale macabro: la morte del  bambino curata nel dettaglio, il messaggio all’ex per annunciare il sacrificio,  e a volte il suicidio dell’omicida ormai solo senza più sostenitori.

Le parole uccidono come lame affilate, feriscono l’anima e a volte la vita;  feriscono a morte.

Per questo andrebbero gettate via le parole cattive, le parole opache, equivoche, rivendicative, false, calunniose, a doppio senso.

A partire dalla parola interesse che non è degna di resistere nel XXI secolo.

Eliminiamo la parola interesse parlando di bambini e sostituiamola con “inalienabile diritto”: diritto alla vita, al mistero insondabile che è custodito in ognuno di loro e che non appartiene a nessun adulto.

 

Inalienabile diritto ad un’esistenza personale al riparo dagli interessi di potere degli adulti in qualunque ruolo essi si trovino, a partire dai genitori che sono solo chiamati a custodire un’esistenza che viene da lontano e non gli appartiene.  Così come il mare non può essere raccolto in un secchiello.

E ogni adulto  oggi e qui dovrà rispondere davanti a questi due piccoli innocenti soffocati nell’innocenza dei loro sogni, per non aver portato luce e illuminato il mistero dell’infanzia così da accoglierla, accompagnarla, difenderla e tutelarla come il suo tesoro più prezioso.

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