Carne di ghiaccio

Carne di ghiaccio

È freddo a piazzale Spadolini.
Alcune tende ai crocicchi delle fermate d’autobus, rivelano presenze umane. Per terra qualche resto di pasti, i volontari cercano in sacchi neri gonfi di scarti, coperte, maglioni, berretti di lana, sciarpe.
Dietro, nella penombra una fila di ragazzi. Sono giovanissimi, quasi attoniti davanti a un mondo spaccato a metà sulla loro presenza.
I loro volti raccontano di paura, violenza, viaggi estenuanti, prigione e tortura.
Il camper sanitario con targa SCV, è già posizionato nella piazza.
Davanti ad esso i nostri medici distribuiscono panini caldi ripieni di carne, il cui profumo e tepore sembra disgelare l’atmosfera che raggela e tutti circonda.
Lo scenario surreale di un freddo pomeriggio di inverno.
Rinfrancati del pasto inatteso, i ragazzi meno timidi ci raggiungono sul camper e chiedono di essere visitati.
Saliti sul camper, cominciano a raccontare.
I medici intimiditi e sorpresi da un’umanità sconosciuta, domandano: Come posso aiutarti? Come ti senti?
Uno ci porge le mani intirizzite, stese come rami di ghiaccio; le dita sono legno, legno secco. Non riesce a muoverle. Il freddo le ha fissate, non più carne ma marmo.
Le stringiamo, oh Dio fa che il calore delle nostre mani sia sufficiente.
Dita si intrecciano, le nostre morbide, mobili e bianche; le sue nere, rigide, fredde, quasi morte.
Non basta, non basta. Servono i guanti.
Non abbiamo portato i guanti! Non abbiamo i guanti.
Farmaci garze medicazioni, si.
Panini Si. Abbiamo anche la frutta e l’acqua, ma i guanti no.
Non ci abbiamo pensato.
Non abbiamo pensato che era il freddo la malattia. Che l’inospitalità del cuore umano era il cancro da curare.
Lo sguardo cade allora su un piccolo scaldasonno che getta intorno prodigiosi vapori d’aria calda. Prendilo forza! Ecco appoggia qui le mani, coraggio. Va meglio? Va meglio?
E’ come rianimare il cuore da un arresto. Gli occhi fissi sul monitor sperano che compaia un tracciato, la vita che torna.
Ma le mani restano inerti, la pelle è d’acciaio, sembra resistere a tutto.
Su forza bello reagisci.
Il sangue … dov’è finito il sangue in queste dita? Almeno quello dovrebbe esserti rimasto caldo nel corpo!
Da dove vieni? Quanti anni hai?
La lingua balbetta in inglese: 17 anni, vengo dall’Etiopia.
Dove vivi? Sei solo?
Sto in una specie di casa con altri, ma non c’è elettricità, né acqua.
Le mani mi fanno male. Hai la medicina?
Lui pensa che le mani siano malate, non ha capito il congelamento.
Va bene. Ti do la medicina.
Prepariamo la pozione. Paracetamolo. Lui guarda la pastiglia sparire nell’acqua circondata da bollicine: l’effervescenza del miracolo. Una luce affiora su occhi e labbra. La guarigione è lì. La beve tutta d’un fiato.
Le dita sembrano sciogliersi, ora.
Ma è stata la sua speranza, la medicina efficace. Chissà cosa avrà pensato di quelle mani che lo stringevano lo accarezzavano per trasmettergli calore, calore umano.
Avrà creduto che sia stato compiuto un rito.
E in qualche modo lo è stato. Perché la cura passa anche attraverso gesti ed emozioni. La medicina è anche mani, che accolgono, toccano il corpo per riconoscere la voce del dolore. Un medico che non tocca e resta seduto al tavolino, non è un medico. Anzi non è un uomo.
Oggi 26 gennaio 2017. Roma. Stazione Tiburtina. Migranti in transito ancora in strada; diagnosi: congelamento.
Terapia: paracetamolo acqua e mani, mani che hanno il coraggio di toccare e di riconoscersi uomini tra uomini, vulnerabili eroi di una resistenza al disumano che avanza.

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